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I nostri bambini e la scuola

Questo è lo spazio dedicato all'inserimento scolastico del bambino adottivo. Vi suggeriamo di leggere attentamente, i concetti trattati sono importanti e profondi, troverete situazioni di vita familiare e sociale con le quali  ogni genitore dovrà relazionarsi, prima o poi.

Patrizia, insegnante elementare, madre adottiva, a sua volta figlia adottiva ha trattato l'argomento in modo impeccabile e coinvolgente, concentrando particolarmente l'attenzione sul bambino adottivo straniero. Ha raccontato la sua esperienza personale nell'incontro serale del 29 Ottobre 2002: la scoperta della propria adozione in età adolescenziale ed il rapporto con i due figli.                                                                      Vai al documento di Patrizia

Antonella, presidente della Associazione 'Il Filo di Arianna', ha approfondito il delicato argomento dell'inserimento scolastico del bambino adottivo utilizzando la sua esperienza diretta 'sul campo' in qualità di insegnante e mamma adottiva. Antonella ha condotto l'incontro serale del 28 Ottobre 2003: davvero alta è stata l'attenzione da parte di tutti i partecipanti grazie alla importanza dei concetti trattati.                          Vai al documento di Antonella

Gregorio Mazzonis, psicologo e psicoterapeuta dell'Associazione CIAI, ha prestato la sua preziosa collaborazione per l'incontro 'Scuola e Adozione' organizzato il 28 Ottobre 2008, il tutto arricchito dall'intervento finale della mamma adottiva - insegnante Silvia. Riassunto della serata in una relazione a cura della nostra Sabrina.          Vai alla Relazione dell'Incontro

Letture  consigliate

OGGI A SCUOLA E' ARRIVATO UN NUOVO AMICO  di Anna Guerrieri, Maria Linda Odorisio (Armando Editore)

E NIKOLAJ VA A SCUOLA  di Anna Genni Miliotti (Franco Angeli)

FIGLI DI UN TAPPETO VOLANTE  di Simona Giorgi (Edizioni MAGI)

MAESTRA SAI... SONO NATO ADOTTATO  di Loredana Polli (Edizioni Mammeonline)

L’ inserimento di un bambino adottivo straniero nella scuola e nella comunità sociale

a cura di Patrizia, Ottobre 2002

 

Sono un’insegnante di scuola elementare da circa vent’anni e mamma adottiva.
Ho due figli: Tommaso di 21 anni, di origine italiana e Irene, 14 anni, di origine brasiliana. Preparare questo intervento è stato per un’occasione forte per confrontare i miei vissuti di figlia adottiva, insegnante e genitore con esperienze, tesi, saggi altrui. Alcune riflessioni ripropongono le tesi lette, altre nascono da una riflessione personale: sincere ma parziali sono condizionate da un coinvolgimento emotivo ineliminabile.
L’ingresso a scuola per qualunque bambino è un momento delicato.
Ma cosa vuol dire, ingresso, entrare a scuola? Il termine non ha di per sé un significato positivo, siamo noi a darle queste valore; non è però automatico che l’inserimento debba necessariamente essere un’esperienza  “ buona ”: E’ il contesto, cioè in questo caso la scuola che, come grande mediatore culturale, può essere strumento positivo d’integrazione o  in caso contrario di  emarginazione.  
E’ all’interno di questa cornice  che vogliono collocarsi alcune mie riflessioni.
Se la scuola è un’agenzia al servizio della persona, allora, i genitori adottivi, il mondo dell’adozione dovrebbe, innanzitutto, chiedere alla scuola di avere sempre come fine ultimo non solo l’istruzione, ma la formazione globale della persona, facendosi carico degli specifici problemi affettivi, emotivi, di benessere dei suoi utenti.
Quando un bambino entra a scuola porta con sé la sua storia, che è unica, irripetibile, esclusivamente e per sempre sua.
Un bambino adottato porta con sé, già due grandi eventi: una separazione ed un incontro: la perdita e la separazione da un ambiente nel quale aveva vissuto precedentemente, e insieme l’incontro con coloro che lo accolgono.
Un bambino adottato porta anche con sé, un vissuto che in qualche modo è chiamato ad elaborare: è la sua doppia genitorialità;e su di essa deve confrontarsi con i suoi pari e in alcuni casi anche con i sui tratti somatici.
Se da poco in Italia, affronterà un cammino  non facile, intenso, forte, perché deve riorientarsi, all’interno di una cultura, di una lingua diversa, di un universo affettivo nuovo.
Due piani allora si accavallano: s’intersecano il piano affettivo, emotivo ( la costruzione di una relazione forte, complessa) con quello conoscitivo (imparare una nuova lingua, immergersi in una nuova cultura).
Essere adottato, essere straniero, essere bambino. Questa è la fotografia dell’arrivo.
Essere adottato è sempre un momento di crisi per un bambino, per una bambina perché comporta la rottura definitiva di un legame che si stava costituendo e comporta cambiamenti non lievi  rispetto a punti di riferimento, abitudini, regole familiari…. cambiamenti ancora più evidenti quando il bambino viene inserito in contesti socioculturali diversi da quelli in cui è vissuto, tra persone che non parlano la sua lingua e spesso presentano tratti somatici  diversi dai suoi.
A proposito di tratti somatici diversi, di origini lontane, di origini diverse…
“Chi adotta oggi è necessario che si attivi , se è un’adozione internazionale, perché il proprio figlio non solo possa integrare ciò che già ha sviluppato nella sua storia precedente con ciò che coglierà o svilupperà nella sua nuova esperienza, ma è necessario che si attivi anche perché il proprio figlio possa  vivere positivamente la sua origine ”. Per i bambini adottati stranieri una positiva identificazione con la loro origine etnica è essenziale. Dobbiamo aiutarli ad  essere orgogliosi delle loro origini, indiane, rumene, ucraine, latino americane.
E per fare questo, condizione primaria è il riconoscimento della loro diversità, non la negazione o la rimozione che implica la cancellazione delle differenze quanto più possibile.
La possibilità per un bambino di colore di strutturare un’identità vera, e non una maschera, richiede necessariamente che gli adulti che vivono intorno a lui accettino come paritario non solo il bambino ma qualsiasi adulto di etnia diversa dalla loro.
Sarebbe difficile ed causa di ansia per un bambino avere la prospettiva che un giorno sarà simile a chi non viene accettato nel contesto in cui vive.
All’arrivo in Italia, il bimbo adottivo  non ha a disposizione un codice comune  che possa veicolare il nuovo, non esiste una lingua che spiega le regole, i tempi, gli spazi, le abitudini, ….
E’ deve ridefinire delle coordinate spazio temporali, odori, sapori, tempi, ritmi quotidiani, a volte neanche esplicitati, ma da acquisire comunque rapidamente.
(Ad esempio le cure fornite da una madre adottiva rappresentano per il bambino un cambiamento importante: le pratiche di maternage : l’insieme delle attenzioni fornite dalla madre durante l’alimentazione, il gioco, il contatto fisico, il modo di farlo dormire,…. mutano radicalmente da un continente all’altro).
Se è vero che normalmente l’apprendimento della lingua è più veloce rispetto agli altri bambini stranieri (bombardamento di stimoli qualitativi e quantitativi, full immersion con i genitori adottivi),  qui è ancora più urgente per stabilire quel rapporto affettivo nuovo così importante per lui.
Ma apprendere una nuova lingua è un tale investimento di energie per sentirsi accolto più interamente che va a toccare anche la costruzione della propria identità.
Apprendere la nuova lingua  non deve significare far perdere di valore alla propria. Probabilmente la dimenticherà, la perderà,  dal momento che non gli sarà più necessaria per comunicare, ma non sarà per nostra richiesta.
Costruire la propria identità  significa crescere portando in sé tutto di noi, al fine di armonizzarlo  in un equilibrio interiore che ci consente di affrontare e interagire serenamente  con le nuove esperienze che via via saremo chiamati a vivere.
Il cammino della conoscenza di sé è un cammino lungo, lungo fino alla adultità. Porterà prima o poi a fare i conti anche con le parti più nascoste chiedendosi il perché sono state poste in soffitta.
Aiutare a rimuovere, facilitare l’oblio della propria lingua, della propria cultura per dare totalmente  spazio al nuovo, può anche essere vissuto come qualcosa che “non vale la pena di tenere” nella propria valigia.
Credo che il rischio maggiore venga corso proprio dai bimbi con i tratti somatici più simili ai nostri. Qui le “differenze” esterne non esistono e per molti educatori è più facile dimenticare quelle “interne”. Per proteggerlo o proteggerla, pensando che la normalizzazione passi attraverso un disfarsi di un  passato a noi sconosciuto e presunto negativo, si facilita la rimozione, l’oblio della cultura d’origine.
Spesso è un boomerang.
Tornerà forte nel periodo dell’adolescenza insieme a tutti gli altri perché e quando si fa strada  il bisogno di recupero della propria storia.
Avviene anche per i bambini stranieri che sono in Italia con le proprie famiglie d’origine.
Le problematiche che li accompagnano sono diverse:
Qui c’è un nucleo parentale di protezione .
Nel caso del bambino adottivo non ci sono radici a cui aggrapparsi, è come un lancio  in alto, molto in alto, senza un rete.  Non c’è un momento della giornata in cui riconoscersi tra uguali, parlare la stessa lingua, non c’è un sentirsi parte.
E’ urgente allora riorientarsi sul piano affettivo e sul piano culturale, per sopravvivere.
Il periodo di disorientamento può essere più o meno lungo e lacerante a seconda delle capacità di reazione dell’individuo, della lontananza culturale rispetto alle proprie origini, del contesto di accoglienza.
La lingua materna rappresenta la pelle di una persona e l’investimento personale verso questa lingua inizia già nei primi giorni di vita discriminando i diversi stimoli sonori che giungono alle orecchie (Tullio De Mauro).
Non è semplice dire a una persona “ cambia lingua ”  (non “imparane un’altra oltre alla tua”). E’ come dirgli cambia pelle.
La lingua madre impasta profondamente la nostra personalità, non è un vestito.
Il fatto che la scuola ignori l’esistenza della lingua d’origine, o la viva come un impiccio, una difficoltà insormontabile e svalorizzi nei fatti la lingua d’origine fa si che  i bambini stranieri la vivano come un elemento di cui vergognarsi, un tratto di sé che allora va tenuto nascosto o dimenticato in fretta perché fonte di disagio e ostacolo nell’apprendimento.
Eppure la lingua sta nella loro valigia segreta, insieme ad oggetti, ricordi, saperi.
D’altra parte i bambini adottivi sono per certi versi bambini sconosciuti, spesso le loro esperienze precedenti, le loro origini possono essere solo immaginate, a volte accompagnate da un senso di paura, da parte di noi adulti.
A scuola, all’inizio l’italiano usato dall’insegnante viene percepito come un insieme di suoni confusi (accanto a comandi, indicazioni mimiche).
I più piccoli continuano a parlare la lingua familiare per un po’ sia con adulti che con coetanei; a volte prima di addormentarsi si raccontano o cantano cantilene, ninna nanne nelle lingua familiare.
I più grandi ricorrono soprattutto al linguaggio del corpo.
Il gioco è lo strumento formidabile per la comunicazione.
“La difficoltà ad utilizzare strumenti  complessi come il linguaggio e la difficoltà a percepire una profonda differenza tra un ambiente originario e un ambiente che  lo accoglie ma non capisce ciò che lui chiede od esprime, determina a volte una tensione che ripropone tutti i vissuti legati alla separazione o all’abbandono”.
Questa conflittualità nel comunicare  sentimenti e  pensieri porta, a volte, a uno stato di regressione, che può manifestarsi con comportamenti aggressivi.
Anche a scuola occorre imparare rapidamente regole implicite che regolano la vita quotidiana, anche per non rimanere esclusi dal gruppo dei pari.
L’apprendimento dell’italiano attraversa due fasi:
·    Per comunicare nella vita di tutti i i giorni ( il qui e ora): termini, frasi legate alla concretezza.
·    Per studiare, per comprendere ed esprimere idee astratte, concetti, ragionamenti, pensieri, emozioni.
La normativa scolastica italiana favorisce l’inserimento con richieste di adeguamento dei programmi, prevedendo personale specializzato per l’insegnamento della L2.
C’è un orientamento valoriale positivo a livello di normativa.
Esistono modalità diverse per l’inserimento di bambini stranieri: In alcune scuole , prima di entrare nella classe, frequentano per qualche settimana un laboratorio linguistico che ospita alunni di diverse etnie e solo successivamente vengono inseriti nella classe di appartenenza, continuando a frequentare il laboratorio per qualche ora al giorno.
Ho qualche perplessità in proposito, per i bambini adottivi. Ritengo prioritario accanto all’apprendimento della lingua anche la costruzione di un senso di appartenenza al proprio gruppo classe, la costruzione di un riferimento affettivo che gli dia sicurezza e lo faccia sentire parte, del suo gruppo,  fin dall’inizio, condividendo con i compagni il clima, le attività, i momenti di gioco, alcuni apprendimenti. Saranno necessari degli interventi mirati, delle proposte specifiche, ma dopo  e andrebbero collocate in continuità con ciò che viene affrontato in classe affinché il filo ideale che lo tiene legato ad essa non si spezzi e l’offerta  di un percorso  di apprendimento della  nuova lingua non sia vissuto come slegato dal contesto della classe di appartenenza.
Nel caso di inserimento di un bambino straniero grandicello, a volte si tende ad inserirlo in classi inferiori  di qualche anno rispetto alla sua età cronologica, giustificando ciò come un contesto più facilitante all’apprendimento della lingua. Dissento, di norma, da questa scelta se oltrepassa l’anno di differenza. Un bambino innanzitutto è una persona, ed è collocato in una certa fase evolutiva. Se noi dovessimo imparare una nuova lingua non vorremmo essere  inseriti in una classe di bambini perché il nostro essere adulti nulla ha a che fare con la nostra ignoranza linguistica. Così penso che una bambina di dieci anni non possa essere inserita in una classe prima o seconda: il rapporto con i suoi compagni non sarebbe paritario e il suo sviluppo come persona, il suo percorso di maturazione, di crescita globale ne risentirebbe. Non solo ma sarebbe destinato/a, probabilmente per tutto il suo iter scolastico a rapportarsi  con coetanei di età  molto inferiore e a   condividere interessi, divertimenti, scelte,…
La scuola, l’insegnante è un’occasione d’incontro preziosa per il bambino, lo accompagna ad emanciparsi dalla famiglia, ad integrarsi nel sociale, offrendo la possibilità di vedere la realtà con occhi diversi da quelli dei propri genitori.
Occorre tener presente che a volte i genitori premono sulla scuola per una “normalizzazione” del proprio figlio.
Possono vedere nel successo scolastico, nel rendimento,  una conferma rispetto al fatto che è un bambino come gli altri (effetto normalizzante) e una conferma di validità genitoriale: tendono a verificare la loro validità come genitori con la riuscita scolastica dei figli.
Dunque, l’impatto con la scuola è spesso dirompente nell’esperienza adottiva, anche per i genitori, per le aspettative che alcuni genitori hanno riguardo ad essa: esiste un’angoscia pedagogica del genitore adottivo. Una certa angoscia si manifesta in ogni genitore quando il proprio figlio entra a far parte della comunità scolastica; nella scuola l’elemento di giudizio è evidente; c’è una valutazione esplicita e insieme al bambino si sente valutata anche la famiglia. Il genitore si sente valutato attraverso  il rendimento del figlio. E qui c’è la paura di educare male. E c’è il sentirsi legittimati, o meno, al ruolo di genitore, quando manca l’atto della procreazione, di fronte al sociale.
Il questo caso lo star bene reale del bambino, le sue insicurezze  nascoste, le possibili nostalgie, la fatica, le paure… passano in secondo piano.
E’ lavoro dell’insegnante aver cura che il bambino, si inserisca, si integri nel nuovo contesto, con calma, senza  cadere lei stessa  e far cadere bambino e genitori nell’ansia da prestazione.
Occorre che insegnanti e genitori si sostengano vicendevolmente rispetto all’ansia del rendimento e della normalizzazione: è funzionale al bambino questo atteggiamento, perché non si sentirà costretto a contraccambiare la sua accettazione e l’affetto delle persone a lui più care attraverso un adeguarsi a come noi adulti desideriamo che sia.
Un bambino adottivo ha una fame di affetto, accettazione, appartenenza che lo porta talvolta a dover colludere con l’adulto, accettando,  purtroppo, di essere come lui desidera che sia, o vivendosi in modo negativo per non riuscire ad essere adeguato.
Non credo si possa affermare che  i bambini adottivi, in quanto tali, abbiano difficoltà a scuola ma è stato dimostrato che proprio nella scuola i bambini adottati, possono presentare le maggiori difficoltà di riuscita, queste difficoltà si riscontrano con maggior frequenza e intensità nei bambini di colore, soprattutto se adottati in età non precoce. Quando sono ripetuti gli insuccessi scolastici, il livello di frustrazione dei genitori è molto forte e porta ad un diffuso senso di fallimento.
La scuola può dare aiuto alle famiglie con bambini adottivi stranieri, in particolare di colore impegnandosi in un rapporto positivo con la famiglia, rapporto costruito con competenza professionale e funzionale a definire insieme obiettivi comuni per il recupero del divario scolastico del bambino e per migliorare le sue possibilità e capacità di crescita personale.
La scuola, dentro a un rapporto di stima e aiuto reciproco, può aiutare la famiglia a sviluppare una capacità d’ascolto dei reali problemi del bambino. A scuola lui trascorre gran parte della giornata, lancia messaggi, sentimenti, desideri, vissuti, timori, ricordi che l’insegnante può raccogliere e farne oggetto di riflessione con i genitori.
Altrettanto importante è l’atteggiamento che l’insegnante  assume direttamente verso di lui, o più generalmente verso il problema della differenza etnica.
·    L’insegnante che tende a commiserare e proteggere il bambino richiedendogli di fatto un rendimento inferiore a quello dei suoi compagni di classe, si dimostra comprensivo, ma invia anche un messaggio di diversità e svalutazione che ha una valenza negativa
·    Anche minimizzare  commenti e atteggiamenti poco benevoli dei coetanei, non permette ne a lui ne ai suoi compagni di elaborare in positivo un dato di fatto che lo etichetta come un diverso.
Quando nascono situazioni di tensione tra lui e i suoi compagni rispetto alle sue origini occorre intervenire perché non nasca in lui il sospetto che proprio le persone che più lui ama e da cui cerca affetto lo marginalizzano. L’insegnante che non interviene nelle situazioni che creano ansia nel bambino, accentua il suo senso di inferiorità e indirettamente avvalla il comportamento dei compagni.
·    Differenziare il proprio comportamento e le proprie richieste  verso i bambini di cultura diversa a seconda che siano immigrati o adottivi vuol dire farli sentire ancora più bisognosi, in quanto senza famiglia.
A volte non è semplice per un adulto intervenire tempestivamente, decidere subito come comportarsi con un bambino. Si commetteranno comunque degli errori, ma se a monte c’è  chiaro il convincimento che è soggetto di diritti e di rispetto… gli errori saranno ridotti.  
E’ in queste scelte  che  la scuola si gioca la reale integrazione del bambino adottato.
La scuola  è luogo di apprendimento e di trasformazione culturale per tutti.
Il bambino straniero adottivo è una risorsa per tutti:
·    consente di introdurre nella classe il tema della famiglia o meglio delle  varie forme di famiglia di cui un bambino può essere parte:
Prendiamo atto che oggi la famiglia sta subendo delle trasformazioni: la famiglia reale è molto differenziata. Diverse sono le tipologie. Famiglia monoparentale, con figli nati da precedenti matrimoni, con matrimoni misti, famiglie che attendono da anni un ricongiungimento, famiglie adottive, famiglie con figli di etnie diverse….Ma cos’è allora una famiglia se si esce dallo stereotipo del Mulino Bianco?
·    E’ la condivisione di un progetto di vita fra persone che si vogliono bene, s’impegnano perché questo bene continui ad alimentare il loro rapporto.
·    E’ un’occasione per affrontare in modo nuovo l’approccio al complesso, al diverso (perché immigrato, perché portatore di handicap, perché figlio di genitori separati….)
·    L’educazione interculturale prevede il riconoscimento e l’esistenza di più culture all’interno di una medesima società, la reciproca interazione, lo scambio. La classe è un piccola società , è il territorio in cui,  in una prospettiva educativa, si vuole promuovere la creazione di una coscienza aperta e solidale dove vengano promossi e valorizzati i processi d’incontro e comunicazione tra culture diverse. E’ un processo e al tempo stesso un obiettivo.
  
A volte, il rapporto tra genitori e insegnanti può entrare in crisi per bisogni specifici della famiglia, mal interpretati dalla scuola.
Per esempio il bisogno di considerare l’adozione un fatto privato, (la ferita dell’abbandono o della sterilità della coppia è ancora aperta) e pertanto sia i genitori, sia di riflesso i figli, non amano che se ne parli se non con intimi.
Molti bambini sono imbarazzati quando di parla della loro storia, o sentir raccontare la propria storia  ad altri che loro considerano estranei o che comunque preferirebbero non sapessero. 
“Quanto compete all’insegnante sapere? Quanto un insegnante è legittimato ad entrare nella vita privata di un famiglia? Quanto è aiutato nel sapere che quel bambino è adottivo? 
Cercare di carpire il segreto, scoprire a tutti  i costi cosa sta dietro, la ricerca delle cause, sono modalità a volte utilizzate quasi per ufficializzare la difficoltà, il limite ad entrare nel territorio dell’altro.
Perché è  difficile porsi in situazione d’ascolto, è più tranquillizzante porsi nell’ottica di causa – effetto.
E’ necessario sapere che è adottato e se ha avuto esperienze  di  particolari sofferenze… tuttavia la sua particolarità sta nell’aver dovuto affrontare esperienze diverse che lo portano a processi d’identità più complessi, ad interiorizzare esperienze di sé diverse, non lineari.
Se la sua situazione psicologica è a rischio, però, non lo è per via dell’abbandono e delle sue origini come se il trauma iniziale dovesse condizionarlo negativamente per tutta la vita (visione deterministica) ma perché nelle esperienze successive di sé non viene accolto, accettato e ascoltato nei suoi bisogni.
Il bambino adottivo rischia quando deve confrontarsi con le attese, le aspettative, e per non rischiare di essere rifiutato, mette in moto dei meccanismi che lo allontanano da sé, combatterà da solo, metterà la maschera”.
Sentirsi accolto, considerato da qualcuno importante per lui, senza negare le sue differenze, le sue difficoltà, le parti più fragili di sé gli darà invece serenità e maggior sicurezza. “ 
Non esiste, che io sappia una patologia specifica legata all’adozione.
Quello che occorre tener presente è , come dice Winnicott  “ anche se un’adozione ha successo, c’è qualcosa di diverso dal solito, c’è una  fatica in più…… sia per il bambino che per i genitori”, “Durante l’adolescenza i figli adottivi non sono come tutti gli altri, per quanto si faccia finta che lo siano…L’adolescenza ci smaschera proprio su questo punto .
“Se un’adozione va bene diventa una normale storia umana”.
I ragazzi adottivi vivono l’adolescenza con maggior tensione di altri proprio per l’ignoranza circa la loro personale origine: Il problema è il mistero.
Un’ansietà riconducibile all’essere adottivo rinforza  le domande fondamentali che ogni ragazzo si pone : da dove vengo, chi sono, a chi assomiglio, … tanto per incominciare, una parte della sua vita , l’inizio, gli è sconosciuta. Non conosce le circostanze della sua nascita, non sa niente dei suoi primi mesi , a volte anni, della sua vita. Non vive con la sua famiglia biologica, sede delle sue radici.
La pulsione del ritorno alle origini va a svantaggio della spinta verso il futuro.
E la conseguenza della mancanza di queste informazioni può provocare un senso di insicurezza, vergogna, colpa, inferiorità, disagio.
Alcuni sostengono che quanto più precoce è stato il distacco, tanto più forte sarà l’impulso alla ricerca. Avere ricordi, anche se tristi è avere un riconoscimento della propria esistenza. Non averne è il vuoto.
Per dirla in modo semplice penso che l’apprendimento possa anche essere disturbato dall’emotività, dalla conflittualità, dalle tempeste emotive che distraggono l’intelligenza e la memoria . 
Se un’adozione va bene… comunque un ragazzo adottato deve confrontarsi con fantasie, problematiche interne con le quali i figli  biologici di solito non devono confrontarsi.
Ad esempio, nell’adolescenza, deve confrontarsi col buco nero delle sue origini e deve elaborare una doppia separazione: quella dai genitori biologici e quella dai genitori adottivi. Per raggiungere ad una rappresentazione di sé integrata, completa deve confrontarsi quindi con una doppia coppia genitoriale: i genitori biologici e i genitori “veri”.
Deve fare i conti con il distacco dai genitori biologici, deve confrontarsi con il timore di non essere veramente desiderato e amato, comunque si comporti, dai genitori adottivi..
Quindi ragazzo e genitori adottati presentano caratteristiche e problematiche proprio connesse con l’adozione.
Ripeto, non è un patologia ma all’opposto non è possibile affermare che essere adottato o figlio biologico non comporta alcuna differenza
A volte non è facile “incontrare” questi ragazzi: gli si parla, li si vede, ma si lasciano incontrare con fatica.
“Talvolta sono figli, sono  allievi che chiedono senza avere mani per ricevere.”
La collaborazione scuola famiglia: quali ambiti può avere?
Spazi d’incontro informali e non…. Per stabilire:
·    Distinzione tra ciò che compete al genitore e ciò che compete alla scuola
·    Condivisione di quali sono i bisogni e i diritti dei bambini
·    Condivisione che lo sviluppo adeguato non è solo rendimento.
·    Non una delega in bianco, mai, vigilanza invece, affinchè la sua diversità sia riconosciuta, sia rispettata, da tutti: coetanei, genitori, insegnanti.
·    Chiedere alla scuola che il proprio figlio non abbia una corsia preferenziale, ma in quanto soggetto di diritti gli siano garantiti tutti quegli interventi mirati che lo portino al raggiungimento delle competenze che è in grado di conquistare.  
Io non credo che un bambino “rinasca “ quando entra nella sua famiglia.
L’incontro non è un punto di partenza, è una tappa di un percorso avviato prima, percorso, cammino faticoso, lungo come una vita. Riconoscere che nostro figlio  ha avuto una storia precedente, vuol dire rispettare e accettare tutto di lui, i suoi ricordi, le sue paure, le sue solitudini, vuol dire sapere che è portatore  di esperienze, di saperi che andranno recuperati integrati, valorizzati. Dimenticare  o far finta che tutto ciò non ci sia, non ci sia stato significa non voler fare i conti con le nostre paure, con i fantasmi dei genitori biologici dei nostri figli.
Si dice che la compagna silenziosa di molti genitori adottivi sia la paura, lo è per me.
Paura di aver fallito come genitore, di non farcela, che ci possa esser ripreso, che non ci riconosca come suoi genitori “veri”, la paura di non riuscire ad accompagnarlo nella ricerca della sua storia.
Ma accanto alla paura c’è la gioia di un’avventura umana quotidiana,  unica, c’è la gioia e l’orgoglio  di una vita condivisa con una pienezza che  i vincoli di sangue non riescono a garantire.
Credo che un genitore, in particolare adottivo, sia chiamato a dare, anche quando il destinatario è muto sul piano delle manifestazioni esterne di affetto o addirittura esprima aggressività, sfida.
Eppure…
Occorre affrontare il passato per pensare al futuro.
Essere genitori di ragazzi adottivi alle prese con una fetta di mistero vuol dire controllare l’ansia, ammettere l’intimità e il segreto, garantendogli una disponibilità di affetti aperta e silenziosa, insieme ad una presenza instancabile, ma non opprimente.
Al bambino adottato deve essere assicurata una certezza di base che va oltre l’istituto giuridico e che ha la forza non più discutibile degli affetti qualunque possa essere il loro comportamento.
Prepararsi ad aiutarlo a darsi delle risposte. A dare delle risposte.
Nel rapporto coi pari, finché sono piccoli (scuola materna) entrano rapidamente a far parte dello spazio del NOI. Verso la fine della scuola elementare  il confine si allontana  se il colore della pelle è diverso….e allora…
Nella scuola media escono frasi: Sei un bastardo, mi vergogno a uscire con te, anche se mi sei simpatico, chissà cosa faceva tua madre…
Dirgli tante volte e una volta in più che gli si vuol bene. Che l’abbiamo tanto desiderato, lui o lei, proprio lui, proprio lei…
Raccontargli tante volte e una volta in più quel che sappiamo del suo passato, accompagnandolo nelle sue esplorazioni, se ce lo permette.
Deve sentire che ci siamo sempre , per lui, dalla sua parte.
Non solo deve sentirsi amato, ma anche rispettato, stimato da noi per le sue conquiste. Un ragazzo adottivo è spesso vulnerabile, permaloso, sospettoso, insicuro, fatica a crescere…. La nostra scommessa è quello di accompagnarlo, come educatori, a volersi bene, ad assumersi responsabilità, a fare scelte consapevoli, ad aprirsi al mondo con fiducia, con curiosità.
Accettiamolo per quello che è e non per quello  che vorremmo fosse. Anche se sembra scontato, tante volte non è facile. Esiste la tentazione che quello che nell’infanzia viene tollerato, nell’adolescenza venga severamente stigmatizzato e… guai se i parametri di resa non sono in linea con gli standard fantasticati dalla famiglia. In questi casi, nei genitori, c’è la tentazione forte di mollare, o cadere nel disinteresse, nell’invito ad arrangiarsi, a fare quello che vuole, in alcuni casi ci si “ arrende”. E allora….
Nel ragazzo, il senso di abbandono si amplifica e la barriera dell’incomprensione si alza.
Noi avremo un vissuto di fallimento dell’adozione e lui o lei cercheranno accoglienza nella fantasia della “famiglia buona”, quella mancata, quella di sangue.
Se non riesce a trovare supporto nel gruppo dei pari, si apre la strada di una grande sofferenza, di un’enorme solitudine : l’adolescente adottivo rimane solo…un’altra volta. 
“Il peggior male per la fantasia di un adolescente adottivo, è l’ipotesi rischio che l’adozione possa essere messa in discussione dai genitori che l’hanno voluta”.
Il contenuto di alcuni atteggiamenti di sfida, di aggressività, di trasgressione credo voglia avere la valenza di un rassicurazione in tal senso: E’ un metterci alla prova, una disperata richiesta  di conferma di essere amati, amati nonostante tutto.
Anche noi cresciamo con i nostri figli.
Se è vero che genitori si diventa giorno per giorno, e quindi si cresce, e che educare significa accettare di essere educati in uno scambio reciproco, allora anche noi cresciamo con i nostri figli.
E questo è uno dei tanti regali che loro ci fanno.

Patrizia

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L’ inserimento Scolastico

a cura di Antonella, Ottobre 2003
 
Mi chiamo Antonella Mazzon, sono mamma di due bambini:
Alessia, 10 anni, Michail, 4 anni, arrivati nella nostra famiglia rispettivamente a due anni e mezzo e a 8 mesi, Alessia dall’Italia e Michail dalla Russia.
Sono state per noi due esperienze profondamente diverse, perché diverse, pur se di poco, erano le età , perché diversa era la provenienza, diverso il contenuto delle “valigie” che i nostri figli portavano con sé.
 
Alessia è rimasta a casa con me 8 mesi, dopodiché io sono dovuta rientrare al lavoro.
Ha iniziato a frequentare la scuola materna a 3 anni e mezzo, senza mai praticamente manifestare “crisi” dovute all’inserimento.
Le colleghe si complimentavano per la serenità con la quale la bambina accettava di rimanere nella sua classe pur essendo io presente nella scuola, in una classe diversa,ad occuparmi di altri bambini.
In realtà in Alessia era sì entrata nella nostra famiglia ma ancora non era diventata nostra figlia. Ci sono voluti tempo e impegno perché lei capisse cosa fosse una famiglia,perché desiderasse e non subisse di  stare in una determinata casa con due persone chiamate mamma e papà (il cui significato lei non aveva compreso).
Già, perché ci sono cose che non si imparano sui libri, o ascoltando una storia, o solo perché qualcuno te le racconta, che cosa è una famiglia, cosa sono i genitori, perché ci siano determinate regole da osservare anche se fanno arrabbiare così tanto.
Alessia non era mai stata in famiglia, i suoi due anni e mezzo li ha vissuti tutti in una struttura protetta, in un istituto, con bambini che vivevano situazioni simili alla sua, con persone che si occupavano di loro senza esserne i genitori.
I genitori sono e restano figure insostituibili di riferimento, ma non lo diventano automaticamente quando il bimbo arriva a casa, si diventa genitore e si diventa figlio piano piano, con i piccoli gesti di ogni giorno, conoscendosi, togliendo di qua, aggiungendo di là,per attaccare ogni tanto un piccolo pezzo del puzzle che è la nostra vita e quella dei nostri figli.
Michail è diventato nostro figlio per mezzo di un’ adozione internazionale ad  8 mesi, apparentemente meno provato ma in realtà portava con sé tracce indelebili del suo pur breve passato, non era abituato al contatto fisico perché a lui erano sconosciute le braccia di una mamma che culla.
 
L’ingresso a scuola costituisce una tappa fondamentale nella vita dei nostri figli, è un po’ come “il ballo delle debuttanti”, è l’entrata ufficiale in società, e spesso crea nei genitori (tutti!) stati di ansia. In tutto ciò sicuramente la nostra cultura gioca un certo ruolo, non è casuale che noi mamme italiane veniamo amorevolmente soprannominate “mamme chioccia”;quando i genitori si trovano a fare i conti con i propri timori pensano in realtà che i  bambini si trovino a vivere situazioni ignote (cosa faranno?) in uno spazio sconosciuto (la scuola sarà sufficientemente adeguata alle esigenze di mio figlio?), affidati a persone estranee ( ma queste maestre saranno veramente capaci?).
Detto così non sembra un quadro rassicurante, ma intendo ribadire che il discorso non tocca solo chi ha figli adottivi, ma in generale tutti i genitori.
La psicologa e psicoterapeuta A. Oliverio Ferraris, nel suo libro “Il cammino dell’adozione”, dice: “L’ingresso a scuola è un passaggio importante per tutti i bambini. In casa sono accettati per quello che sono, seguiti, amati, scusati, sostenuti. A scuola devono conquistarsi la simpatia dei compagni, devono capire come comportarsi per essere accettati. Possono anche scoprire di non piacere o di essere oggetto di curiosità non lusinghiere o insistenti. Se hanno un aspetto diverso da quello degli altri, i compagni lo notano, lo dicono, chiedono spiegazioni. La diversità incuriosisce e qualche volta allarma. Alcuni possono prendere di mira un compagno per sentirsi superiori, rassicurarsi, essere certi di non essere “diversi…”.
Mi piacerebbe uscire da preconcetti e arrivare non ad omologare ma piuttosto a cogliere sfaccettature e diversità nell’intera collettività scolastica.
Chi arriva a scuola è essenzialmente un bambino, con una testa, due braccia, due occhi, con un particolare colore della pelle…..,con una sua storia personale unica ed irripetibile alle spalle.
Non esiste un bambino uguale ad un altro, nessuno di noi stessi qui presenti è uguale ad un’altra persona.
Certo, ci sono situazioni di appartenenza simili, ma non omologabili.
Per capirci, non esiste una famiglia modello da prendere ad esempio supremo ed al per forza fare riferimento.
Non esiste un solo tipo di famiglia
Le scuole italiane sono diventate negli ultimi anni una Babele multietnica , variopinta e colorata,nella scuola sono in atto nuove trasformazioni, ma anche nuove problematiche di carattere interculturale. Ci sono :
- bambini provenienti da famiglie cosiddette “standard”
- bambini provenienti da altre culture, nati in altri paesi
- bambini figli di genitori immigrati, ma nati in Italia
- bambini figli di coppie miste
- bambini nati da pance diverse da quelle delle loro mamme (sono i nostri figli)
- bambini figli di genitori separati
- bambini che vivono in affidamento presso altre famiglie
- bambini che vivono in famiglie allargate (con i nonni)
- bambini svantaggiati
- bambini con handicap.
 
Alla luce di questi dati non si capiscono allora certi stereotipi sui quali molte delle  nostre scuole continuano a lavorare, e che riprenderemo più avanti.
Come si legge in una relazione redatta da gruppi di studio composti da giudici togati ed onorari del TM Lecce,”Nella scuola, il tema della multietnicità si interseca e nello stesso tempo si distingue da quello dei minori stranieri adottati in Italia che ha assunto una notevole rilevanza sociale. L’adozione internazionale e la presenza di minori stranieri ha sollecitato gli operatori scolastici a riflettere sui problemi e sui vissuti di bambini/ragazzi inseriti in un nuovo contesto familiare e in un contesto sociale e culturale differente.”
 
Al bambino va riconosciuto il “diritto alla diversità”, che si traduce in una molteplicità di storie personali che ciascun bambino porta con sé nel momento in cui  arriva a scuola.
E’ pur vero che alla scuola viene chiesto sempre di più, sia dal punto di vista della professionalità e della preparazione dei docenti, senza che essi stessi siano messi comunque nella giusta condizione per poter operare nel modo migliore, ma si aprirebbe qui una polemica che non accenno neppure, certo è che  di fronte all’aumento delle problematiche sociali ed educative in relazione alla società multietnica nessuno può rimanere indifferente.
E’ sicuramente importante quindi che la scuola, di qualunque ordine e grado essa sia, debba compiere la sua parte, impegnandosi e operando concretamente,
- per garantire un corretto processo di socializzazione
- per una integrazione scolastica positiva
- per superare gli stereotipi
- per educare alla solidarietà sociale.
 
Non si tratta però solo di parlare dell’ambito scolastico, la scuola è una cellula importante della società, nella quale si ritrovano preconcetti legati alla propria appartenenza e al proprio tipo di vita sociale, di valori.
E’ vitale al punto in cui siamo che si operi dal dentro, per portare i bambini ad un allargamento di vedute,” al vivere non un’identità chiusa  ma ad apprendere ad andare verso, ad apprendere il nuovo, a muoversi tra modelli di vita, di pensiero, di cultura, profondamente diversi, senza aver paura delle loro diversità, senza disorientarsi…esiste infatti il diritto alle differenze di intelligenze, di culture, di credo religioso…”.
Nella scuola si dovrebbe lavorare sul rispetto delle diversità, qualunque esse siano, vedendole non come limite ma come valore.
Un’importanza enorme assume il dialogo.
Entra quindi in gioco in modo preponderante la  famiglia, che rimane e rimarrà per sempre la prima e più importante “agenzia educativa” per il proprio figlio.
E’ auspicabile che la famiglia dialoghi con le insegnanti perché tramite questo si favorisce la conoscenza.
Saranno poi le insegnanti  che, sulla base delle analisi delle situazioni di partenza, metteranno in atto principi metodologici mirati ad aiutare ciascun bambino a costruirsi una identità positiva, un Io forte.
E’ importante che a scuola venga data fiducia al minore, se egli sentirà che gli adulti lo valutano positivamente, anche lui/lei  si sentirà in grado di fidarsi di se stesso prima e degli altri poi e avrà così la base per aprirsi a ulteriori apprendimenti, anche di tipo cognitivo.
Certo, queste regole di tipo generale valgono per tutti ma per i nostri figli non si può negare che esistano sfaccettature diverse, spesso più dolorose, e che dipendono in larga parte:
- dall’età in cui il bambino è entrato in famiglia
- da come ha elaborato l’essere figlio, per es. di colore in una famiglia di bianchi
- dalle esperienze vissute precedentemente
- dalla cultura originaria di derivazione.
- dalla sua età “affettiva” che può differire dalla sua età cronologica
Tutte queste situazioni e molte altre ancora possono innegabilmente portare a difficoltà nella vita scolastica del bambino:
- di tipo disciplinare:
- di apprendimento:
- di inserimento con i compagni
Non va dimenticato che i nostri figli hanno subito, come ci ricorda il dottor Chiosso, ordinario di pedagogia generale all’università di Torino “ una deprivazione affettiva nella prima infanzia, che può incidere negativamente sullo sviluppo personale, può influire pesantemente sull’apprendimento…anche gli alunni in adozione più fortunati e sereni esigono dalla scuola una particolare attenzione e atteggiamenti ispirati a sensibilità e delicatezza, in modo da prevenire possibili disagi collegati ai loro diversificati rapporti familiari”
- Non esiste una ricetta per superare queste difficoltà, a volte può essere utile anche l’intervento  di qualche specialista che aiuti insegnanti, genitori ma soprattutto il bambino, a trovare la via giusta per superare queste difficoltà
 
- Per tutti i genitori ma ancor più per i nostri figli è importante seguire personalmente il bambino a casa, nell’esecuzione dei compiti
 
- Il fatto che sia adottivo poi non va sicuramente sbandierato ma nemmeno tenuto nascosto, per cui, nei modi e nei tempi che uno ritiene opportuni, può parlare dell’adozione con altri, con altre mamme, si può contribuire così  a  far capire cosa sia l’adozione, a far crescere una reale “cultura adottiva” visto che nella nostra società esistono purtroppo ancora troppi pregiudizi

 

- il genitore, senza sostituirsi al bambino, deve aiutarlo a corazzarsi perché, man mano che cresce,sappia difendersi da solo e  rispondere a domande che prima o poi gli verranno rivolte e che potrebbero anche ferire profondamente.
 
Un atteggiamento che mi permetto di suggerire, visto diverse esperienze, è di non avere fretta nell’inserire il bambino nella scuola, in generale è bene che il bambino faccia prima  propria la nuova condizione di figlio e poi venga  inserito nella scuola. E’ importante a mio parere costruire le basi, le fondamenta, perché  poi il bimbo si  possa  aprire anche agli altri. E’ pur vero che ogni caso sicuramente va valutato personalmente singolarmente e sentiti più pareri. 
 
Le diversità tra i bambini dovrebbero rappresentare una “risorsa per far scuola”, per “parlare di famiglia a scuola”, per ampliare l’orizzonte dei termini di paternità, maternità, filiazione.
Chiaramente ciò avviene in modo diverso perché diversi sono gli ordini di scuola, in riferimento alle età ed alla maturazione psicofisica dei ragazzi.
“La scuola dell’infanzia”, come recitano gli Orientamenti del 1991, “accoglie bambini dai 3 ai sei anni ed aiuta il loro processo di crescita affettiva, sociale, culturale, umana.”
Ci si può approcciare alla multiculturalità, alla “multifamiliarità” in modo molto semplice, mediante danze, abitudini familiari, giochi, fiabe.
 
Tutto sommato, tranne alcuni casi sporadici, tutto passa abbastanza liscio alla scuola dell’infanzia.
Qualcosa comincia a cambiare quando si passa ordine di scuola e si arriva alla scuola elementare,nella quale i principi di base sono gli stessi ma a volte, non troppo sporadiche purtroppo, ci si trova di fronte a situazioni veramente problematiche.
Esistono studi compiuti su testi di lettura per la classe prima del primo ciclo elementare di diverse case editrici nazionali, nei quali si trovano racconti che per la maggior parte continuano a mostrare l’immagine della tipica famiglia tradizionale, dove la filiazione è intesa solo in senso biologico ed i genitori vivono sotto lo stesso tetto in perfetta armonia. Si trascurano quindi le altre innumerevoli realtà della nostra attuale società.
Il problema non sta tanto nel non usare questi testi quanto nell’integrarli illustrando anche gli altri modelli di famiglia, in modo che il bambino si possa riconoscere all’interno di uno di quelli proposti e non sentirsi discriminato.
La forza della diversità, che esiste, sta nella sua valorizzazione, come risorsa.
Ed arriviamo al tanto discusso albero genealogico, a cui spesso si ricorre nella scuola italiana. 
E’ probabilmente un approccio corretto quello di partire dal vissuto del bambino per comprendere il concetto di storia ma nulla impedisce che possa essere affrontato in modi diversi.
Può essere usata, come suggerisce la dottoressa Ferraris, nel suo libro Il cammino dell’adozione (ed. Rizzoli) non soltanto la chioma ma anche le radici, in un albero nel quale le radici rappresentano il vissuto “biologico” e la chioma il vissuto attuale.
Utilizzando questa struttura, i bambino adottati possono rappresentare tutte le persone che hanno avuto una parte importante nella loro vita.
Le radici non sono visibili ma vincolano l’albero al terreno, proprio come i genitori biologici hanno fornito il bambino di un patrimonio genetico che farà sempre parte di lui.
L’istituto ad es. è il tronco, che lo ha tenuto in custodia e lo ha aiutato a crescere per un certo tempo. La famiglia adottiva è la chioma dell’albero (rami, fiori, foglie, frutti).
Nello svolgere questa attività il bambino scopre di non dover sopprimere una parte della sua storia e capisce il ruolo che le varie persone hanno avuto nella sua vita.
La mia casa (schema della casa con la gente all’interno o uno schema  con simboli per le persone e linee che mostrano le relazioni.
Si può chiedere ai bambini di fare liberamente in gruppo una lista di differenti tipi di famiglie, facendo fare poi il ritratto della famiglia e che cosa significa per loro, con disegni, pitture, sculture. Con questo tipi di lavori si potrebbe iniziare anche un percorso sui tipi di famiglie e sui modi differenti in cui sono formate.
Questo serve per tutti i bambini si introducono parole e relazioni nuove, si comprende il proprio posto all’interno della famiglia e si può arrivare anche a comprendere, per es., da dove arrivano i nostri antenati, pur non essendo stati adottati.
 
C’è poi la famosa foto da neonati. A molti di noi è capitato di trovarsi di fronte a tale situazione.
Non c’è da bluffare. L’obiettivo. Che sottostà a questa richiesta è quella di illustrare il cambiamento, ed allora basta far portare una foto di quando il bambino era più piccolo, oppure si può suggerire di far portare anche oggetti facenti parte del suo passato.
 
Ci sono altre situazioni dolorose nella vita sociale e scolastica dei nostri figli, ad una apertura dei nostri figli può corrispondere una curiosità morbosa da parte dei compagni (ma allora quelli non sono i tuoi veri genitori), alla quale i nostri figli devono saper far fronte. I nostri figli convivono con il fatto doloroso che i loro genitori biologici non hanno potuto (o voluto) tenerli con loro.
E’ difficile ma necessario  parlare di queste cose con bambini piccoli.
Gli insegnanti sono delle figure significative nella vita dei bambini, delle quali loro si fidano, e che sono chiamati ad aiutarlo a fronteggiare le sue emozioni e a riconoscersi positivamente come persona. Anche il linguaggio usato ha una sua rilevanza:
a volte le parole sono letali, feriscono più di uno schiaffo.
 
Trovo che ci sia disponibilità da parte delle insegnanti ma scarsa conoscenza delle problematiche ed una certa abitudine a considerare tutti i bambini allo stesso modo.
Ma  se il principio di uguaglianza può valere in molti casi, non si può certo proporre pari pari gli argomenti allo stesso modo a tutti i bambini poiché diversa è la loro provenienza e gli insegnanti hanno realmente un compito difficile, quello di essere molto attenti ai vissuti dei ragazzi, alle dinamiche relazionali esistenti tra il gruppo-classe ed i suoi vari componenti e di sapersi relazionare con ognuno di loro guardandoli sempre con occhi nuovi.

Antonella

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